Gilbero Severini, A cosa servono gli amori infelici, a cura del liceo scientifico Gioacchino Pellecchia di Cassino

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IL LIBRO.

Durante i giorni che lo dividono da un’operazione chirurgica, un uomo trascorre l’attesa leggendo e scrivendo, materializzando così, almeno in parte, quel libro che tanto avrebbe voluto produrre. E coglie l’occasione per scrivere tre lettere che lo portano a rivisitare un passato dal quale non si è mai distaccato, aggiungendoci anche riflessioni sulla storia del nostro dell’uomo sulla sua vita, sono tre persone fondamentali di questa: un sacerdote che lo ha amato profondamente e dal quale è fuggito; un uomo, suo collega in un cntesto lavorativo che non gli è mai andato giù e infine un personaggio senza identificazione che lo accompagna da sempre. Con loro si confida e riesce a dare forma a parole per troppo tempo rimaste chiuse nell’inchiostro di una penna e nella mente di chi l’ha lasciata sul tavolo. Dall’amicizia incondizionata che si trasforma in qualcosa di più, al desiderio che ostentava a essere qualcosa di più, il protagonista riesuma situazioni della sua vita che lo portano all’unico scopo del capire il loro ruolo. Retroscena, segreti, parole dette e parole solo pensate, gesti perduti e gesti impressi sono i comuni denominatori del ritorno al passato del protagonista che ha avuto l’innocente colpa di comprendere le persone e i loro sentimenti quando già erano divenuti ricordo. Quante volte ciò che sfugge al nostro controllo in un dato momento della vita ritorna silente nella mente in circostanze che ne rievocano l’importanza? Al termine della nostra esistenza, si è davvero convinti di averla vissuta intensamente, di averne colto appieno il senso profondo, di averne carpito le linee guida fondamentali? Questi gli interrogativi formulati, seppur indirettamente, dall’autore nel suo romanzo “A cosa servono gli amori infelici”. Egli riesce con assoluta maestria ad utilizzare il pragmatismo quotidiano  come tramite di una riflessione lenta, vissuta sino in fondo, sviscerata fin nei suoi più profondi aspetti. La descrizione dettagliata e puntuale di scorci di vita comune, in particolare di quella dell’ambiente ospedaliero, consegue a ricreare un crudo realismo modellato dall’uso incessante di un linguaggio conciso e semplice, di una sintassi quasi telegrafica e poco aperta alle digressioni di carattere puramente filosofico. Contribuisce alla creazione di uno stile diretto la scelta del genere letterario, quello della lettera: Severini,da protagonista del romanzo, scrive delle missive idealmente destinate a tre diversi personaggi. Essi stessi, un suo collega d’ufficio, un sacerdote dall’impatto determinante nella vita del protagonista e una figura non chiaramente definita riconducibile a una specie di alter ego, non appaiono come semplici lettori dei suoi scritti, ma come un espediente di elevata caratura stilistica di introspezione e ricerca interiore. Ciò che contraddistingue quest’opera da numerose altre è il fatto di non offrire risposte agli interrogativi formulati nel corso della narrazione: attraverso la lettura degli episodi riconducibili all’esperienza del paziente, dagli amori non corrisposti, ai dubbi di carattere religioso ed etico al ricordo degli sporadici momenti felici, si è portati a condurre una personale analisi di ciò che ci accomuna alle stesse vicissitudini, finalizzata a un arricchimento del proprio bagaglio emotivo. (Gilberto Severini, A cosa servono gli amori infelici, Playground, 2011, pp. 122)

LA CITAZIONE.

«Alla fine l’innamoramento guarisce, ma sa di aver perduto qualcosa. Un po’ del suo slancio e della sua generosità. Anche chi è stato amato ha perduto tesori a sua disposizione di cui forse non ha mai saputo nulla, destinati a scomparire appena l’altro è disintossicato. Quella volta, ci siamo impoveriti entrambi, amico mio».

S(HORT) M(EMO OF THE) S(TORY). Costo del libro circa 10cent (1 caramella) a pag. Se la matematica non è un’opinione, per 12 gg non mangiare caramelle ma sostituire con sane genuine parole.

IL PERSONAGGIO.

Il terzo destinatario delle lettere redatte dal protagonista è una presenza impalpabile, quasi evanescente, che è riconducibile a un ipotetico alter ego del personaggio principale. Tra i confidenti dell’uomo infatti, è il più affidabile, colui che rappresenta la sua unica valvola di sfogo, l’unico a poter arginare il flusso di pensieri profondi ricollegabili a particolari episodi della vita. L’incertezza del suo recapito, per quanto riguarda le lettere, non viene considerata un limite, piuttosto un incentivo ad aprirsi senza alcun timore. La sua principale qualità è che sa già tutto: non necessita di chiarimenti o spiegazioni, la sua unica impellenza è ascoltare, accumulare delle opinioni senza rielaborarle o giudicarle. Egli è presenza così vivida e tangibile che viene anche materializzata agli occhi del protagonista: quest’ultimo descrive l’incontro avvenuto tra i due, nelle afose giornate milanesi di inizio Agosto, su una panchina accanto al Duomo. Lì, incoraggiato dal ristoro del fresco, l’uomo segue il suggerimento di Don Gabriele, cioè intraprende la meditazione, pratica alla quale consegue uno stato di euforia. Proprio in quei momenti il personaggio, supposto immaginario, diviene strumento di analisi e di introspezione psicologica, fortemente fruttuosa e produttiva.

a cura del Liceo scientifico Gioacchino Pellecchia, Cassino (FR)

immagine per Gilberto Severini, A cosa servono gli amori infelici

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