Intervista a Fabio Geda a cura dell’istituto magistrale Varrone di Cassino

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L’INTERVISTA.

L’autore di Nel mare ci sono i coccodrilli (Dalai, 2010) risponde alle domande degli studenti dell’Istituto Magistrale Varrone di Cassino.

In Italia vi sono molti immigrati, spesso con storie drammatiche alle spalle: perché ha scelto di raccontare proprio le vicende di Enaiatollah Akbari?

Per lo sguardo che lui – Enaiat – era in grado di calare sulla propria vicenda umana. Uno sguardo pieno di stupore e gioia, nonostante le difficoltà da superare. Uno sguardo in grado di scovare, tra le pieghe del dolore, quel po’ di speranza residua. Credo che ci sia, oggi, un impellente bisogno di speranza.

Come ha conosciuto Enaiat?

Ci siamo incontrati durante una presentazione del mio primo romanzo. Lui era stato invitato a fare da controcanto, con la sua storia vera, alla storia da me inventata di un ragazzino romeno che viaggiava da solo, in Europa, per cercare suo nonno. Quando l’ho sentito parlare, e raccontare, ho percepito una grande sintonia tra il suo sguardo leggero, persino ironico, sulle proprie drammatiche vicende, e quello che io tentavo di fare con la mia scrittura. In quel momento, quella sera stessa, “Nel mare ci sono i coccodrilli” ha cominciato a nascere. Non ricordo bene se sono stato io a proporlo a lui o lui a proporlo a me. È stata una cosa naturale.

Enaiat era solo un bambino quando è stato “abbandonato”: come giudica la decisione presa dalla madre?

Non la giudico. Semplicemente ne prendo atto. Di fronte al mistero della vita, insito in un evento drammatico come questo, non si può fare altro che accogliere, con rispetto, la scelta e il dolore di una madre costretta alla più terribile delle prove.

Tra le persone che hanno avuto a che fare con Enaiat durante il suo lungo viaggio, ce n’è una che l’ha colpita particolarmente? Perché?

Certamente la signora greca, che lo ospita, gli fa fare la doccia, lo sfama, gli regala i vestiti. Quella signora greca siamo noi – o meglio: dovremmo essere tutti noi. Ma in assoluto, la persona che mi porto nel cuore, più di tutte, è il suo maestro. Quel maestro eroico che si fa uccidere, piuttosto che smettere di insegnare ai suoi allievi.

E se le vostre strade si fossero incontrate prima dell’arrivo in Italia, lei come si sarebbe comportato nei confronti del ragazzo?

Come la signora greca. (Spero).

La sua famiglia ha mai vissuto l’esperienza dell’emigrazione?

Sì. Mio nonno paterno è emigrato in Svezia – con tutta la famiglia, tra cui mio padre – dopo la seconda guerra mondiale. Poi è tornato indietro a metà degli anni cinquanta. Siamo tutti figli o nipoti di migranti, in qualche modo: da sud a nord, da est a ovest, o viceversa.

Nella vicenda che ci narra i migranti sono tutti maschi: Enaiat ha raccontato qualche episodio in cui appaiano in viaggio anche le donne?

No, perché l’emigrazione dall’Afghanistan, e da quell’area del mondo in generale, è una migrazione esclusivamente maschile. Le ragazze, di solito, raggiungono gli uomini, spesso i mariti, successivamente, attraverso il ricongiungimento famigliare.

Sono continuati i contatti con Enaiat dopo la stesura del libro?

Certamente. Ci vediamo spesso. Siamo molto amici. E poi giriamo, in Italia e all’estero, per presentare il libro e raccontare com’è andata avanti la sua storia.

E infine la domanda d’obbligo: ma lei li ha mai visti nel mare i coccodrilli?

Per fortuna no. Ma anch’io, da bambino, avevo paura di pericoli inesistenti (avete presente il mostro nell’armadio?). A differenza di Enaiat, però, avevo dei genitori, accanto a me, che mi spiegavano che nell’armadio non c’era nessun mostro, e che i pericoli veri erano altri. Enaiat e i suoi amici non hanno avuto accanto adulti in grado di fare questo, e alcuni di loro, purtroppo, anche per questo motivo, non ce l’hanno fatta.

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