Intervista a Chiara Gamberale a cura di Alessia Pacini, studentessa del liceo scientifico Primo Levi di Roma

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su email
L’INTERVISTA.

L’autrice di Le luci nelle case degli altri (Mondadori, 2010) risponde alle domande di Alessia Pacini, studentessa del Liceo scientifico Primo Levi di Roma.

Il suo romanzo è ambientato in una zona di Roma Sud, Poggio Ameno, perché questa scelta? Quale valore ha per lei questa zona e che futuro vede per questo quartiere?

A Poggio Ameno sono nata, sono cresciuta, sono tornata, dopo il periodo universitario fuori Roma, prima dividendo l’appartamento con dei coinquilini e poi con mio marito. È l’unico posto che consideri casa mia, insomma: e una storia come quella de Le luci nelle case degli altri non potevo che ambientarla lì…Per quanto riguarda il futuro, auguro a Poggio Ameno di continuare così come fa: rimanendo un quartiere, ben definito, che però inconsciamente sa di far parte di una città grande, unica e indefinibile come Roma.

Mandorla, un nome sicuramente poco comune e curioso, c’è un particolare motivo di tale scelta?

Cercavo un nome che sottolineasse quanto, fin dalla nascita, la protagonista sia destinata, nel bene e nel male, a una storia che la rende uguale solo a se stessa.

La protagonista, Mandorla, dopo la morte della madre cerca di conoscere e capire chi sono quelle persone del condominio e che ruolo abbiano nella sua vita. Possiamo dire che, in verità, l’obiettivo di Mandorla è la ricerca di sé stessa?

Certo che sì…La vera posta in gioco, per Mandorla, è proprio quella della sua identità. Tutti, credo, quando ci interroghiamo su chi sono davvero quei misteriosi esseri che chiamiamo genitori, in realtà, nel profondo, ci stiamo chiedendo chi siamo noi…

Tra tutti i personaggi del romanzo, ce n’è uno nel quale si rispecchia maggiormente e perché?

Nell’ambizione di voler dare vita a un romanzo corale, con tanti personaggi, perché fossero credibili ho provato a dare a ognuno qualcosa di mio…Con Tina, del primo piano, condivido il terrore di essere sempre fuori fuoco o di troppo, con Caterina, del secondo, il timore di un reale confronto con un uomo, con Paolo e Michelangelo, del terzo, condivido la necessità e nello stesso tempo la fatica di dare voce a una diversità, qualunque essa sia…A Lidia, del quarto piano, poi, somiglio in maniera sfacciata e la fanmiglia del quinto piano, i Barilla, ha molto della mia famiglia d’origine. Ma in Mandorla, più che in qualsiasi altro personaggio, condenso tanto, tantissimo di me. Soprattutto i difetti e le paure.

E qual è il personaggio, invece, che secondo lei può rappresentare un modello da seguire?

Tranne Samuele Grò, del secondo piano, tutti i personaggi sono in contatto con le loro fisiologiche meschinità: e in questo sono un modello da seguire, credo, proprio nella loro imperfezione.

La frase che racchiude il senso del libro è “Viviamo tutti all’oscuro di qualcosa che ci riguarda”. Che tipo di rapporto ha lei con l’ignoto? È davvero così terribile, secondo lei, rimanere all’oscuro di qualcosa?

No, è necessario a volte! Ho scritto questo libro anche per convincermene…Ero terrorizzata, fino a poco tempo fa, dall’ignoto. Adesso finalmente comincio a venire a patti, perfino dolcemente, con la parte di mistero che inevitabilmente l’esistenza comporta.

Cinque piani, cinque famiglie, qual è il motivo che l’ha spinta a voler presentare cinque realtà così differenti tra loro in soli cinque piani?

Quel condominio aspira a essere metafora della società, tutta: e come tutte le metafore ha un suo limite…Il mondo è infinito, le metafore per rappresentarlo sono costrette ad essere finite, ahimè…

“Famiglia è dove famiglia si fa” dice Michelangelo del terzo piano. È d’accordo con questa frase?

Assolutamente…Credo fiduciosa in un modello di democrazia sentimentale in cui ognuno capisca chi è e di conseguenza individui il modo più adatto a lui per entrare in relazione con gli altri.

Qual è il percorso di formazione che l’ha portata a scrivere questo libro?

Nei miei primi romanzi, Una vita sottile, Color Lucciola e Arrivano i Pagliacci, mi sono concentrata sulla fatica dell’individuo. Poi, ne La Zona Cieca e ne Una passione Sinistra, sono passata a concentrarmi sulla coppia. Ne Le luci nelle case degli altri c’è la famiglia: che è la dimensione più eccitante per chi, come me, è ossessionata dalle alchimie umane.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Per ora non riesco ad abbandonare ancora il condominio…Ma comincio a fremere d’impazienza per uscirne, idealmente: e dedicarmi al prossimo libro.

Altri Progetti