Intervista a Ernesto Aloia a cura del liceo linguistico Gelasio Caetani di Roma

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L’INTERVISTA.

L’autore di Paesaggio con incendio (minimum fax, 2011) risponde alle domande degli studenti del Liceo linguistico Gelasio Caetani di Roma.

Nella sua carriera di scrittore ha scelto due generi letterari: il racconto e il romanzo. Quale dei due predilige? Per quale motivo?

Da scrittore non ho una predilezione per l’una o per l’altra forma. Anche se ho scritto due romanzi, non vuol dire che abbia smesso di scrivere racconti. Di tanto in tanto lo faccio. Io ho iniziato, come molti, con i racconti. Li spedivo a una rivista che si chiamava Maltese Narrazioni, e me li pubblicavano. Praticamente scrivevo solo per loro. Poi, ho pubblicato due raccolte. A quel punto però (dopo “Sacra Fame dell’Oro”, 2006) mi sono accorto che i miei racconti stavano diventando sempre più lunghi, e che la mia dedizione alla forma racconto mi spingeva a sacrificare personaggi e storie. Allora, per evoluzione naturale, sono passato al romanzo. Da lettore, devo confessare che (idealmente, se esistesse) il racconto perfetto mi darebbe maggiore soddisfazione del romanzo perfetto.

Abbiamo espresso diverse interpretazioni sul titolo del romanzo: se sia legato alle tensioni che esplodono tra i personaggi, o al quadro dipinto da Carla; è d’accordo con una delle due, oppure ne aveva in mente un’altra?

In realtà le due interpretazioni sono una sola, perché il quadro dipinto da Carla, che rappresenta un paesaggio pervaso da un senso incombente della minaccia del fuoco, è una sorta di messaggio che la donna lancia a Vittorio, il protagonista, sulla situazione in cui si è andato a cacciare, nel bel mezzo di tutti i conflitti irrisolti che si agitano dietro la tranquilla facciata del paese.

Lei ha toccato tematiche complesse e delicate, come l’incapacità di relazionarsi, l’incomunicabilità, l’angoscia e la paura di invecchiare. Ha avuto difficoltà a svilupparle?

No, in realtà non è chi scrive narrativa si metta al computer pensando: ora svilupperò il tema dell’angoscia, o della solitudine etc. Quando inizio a scrivere ho in mente delle scene, degli avvenimenti, non dei temi astratti. La riflessione deve nascere dai fatti narrati, non viceversa.

Si può affermare che, tra tutti i temi affrontati, quello principale sia l’ossessione del passato?

Diciamo che è uno tra i tempi principali. E’ sicuramente il più importante se ci riferiamo al personaggio di Vittorio, ma nel romanzo entra in gioco anche un tema opposto, quello della rigenerazione, della rinascita tramite il superamento del passato. “Paesaggio con Incendio” si chiude proprio sul tema della rinascita. In questo senso possiamo dire che, nonostante tutto, ha un lieto fine.

Dalla lettura è emersa una conoscenza approfondita delle dinamiche presenti all’interno delle piccole comunità: lei ha avuto modo di viverle in prima persona?

Sì, anche se io abito per la maggior parte del tempo in una grande città.

Il personaggio di Vittorio appare incapace di avere una parte attiva nel racconto, pur essendone il narratore: condivide questa interpretazione?

Al cento per cento. Anzi, i versi di Rimbaud in epigrafe al romanzo, che alludono a un “difetto” dell’anima, si riferiscono proprio alla sua incapacità di agire, al suo stare a guardare con indifferenza e una punta di cinismo gli avvenimenti che stanno prendendo forma davanti ai suoi occhi.

Perché Vittorio non desidera così ardentemente un secondo figlio? A suo avviso, il secondo figlio può costituire un elemento importante di riconciliazione tra i coniugi?

Vittorio non desidera un secondo figlio perché vive con lo sguardo fisso al passato, e per di più in una sorta di ossessione della morte. Sua moglie gli dice “Tu guardi le cose e pensi che moriranno”. Lei, al contrario, riesce a rendersi conto che dopo la morte, l’incendio, la distruzione del nostro mondo passato, è possibile un futuro. Il figlio è il primo passo di questo futuro.

Lei si identifica con il personaggio di Vittorio?

Un romanziere non si identifica mai completamente con un personaggio, e se lo fa di solito commette un errore, cioè lascia l’ambito dell’autobiografia (o meglio, di quella che gli americani chiamano “autofiction”) e scade nella confessione. Non bisogna mai dimenticare che il romanzo è una finzione, un’opera d’arte, non un memoriale.

Carla è un personaggio molto forte e determinato, il suo carattere stride contro quello del marito, che appare come una figura succube: è d’accordo con questa interpretazione?

No, Vittorio non è una figura succube. E’ solo un uomo troppo assorbito dai propri fantasmi interiori per riuscire a vedere con chiarezza il mondo che lo circonda e gli eventi che vi si svolgono. E Carla non è poi così determinata: ha maggiore chiaroveggenza, questo sì. Riesce a intuire cosa si sta svolgendo davanti ai suoi occhi e cerca di farlo capire a suo marito, come accade per esempio in forma simbolica nella scena in cui mostra a Vittorio il suo quadro finito.

Perché ha individuato proprio in Nevio il personaggio che ha una funzione di rottura dei falsi equilibri nella vita del paese?

Non l’ho individuato, nel senso che non l’ho scelto a freddo. Quando ho iniziato a scrivere “Paesaggio con Incendio”, Nevio – una figura apparentemente inserita nella socialità del paese ma in realtà emarginata – mi si è subito proposto come il cardine della storia. Quando si scrive non necessariamente si organizzano le cose a tavolino: certe volte alcuni personaggi e alcune scene ci si impongono da sé.

In definitiva, il romanzo ci vuole comunicare un messaggio? Se sì, quale?

Per favore, non leggete i romanzi cercando di trovarvi dentro messaggi chiari e univoci. Leggeteli perché le storie vi interessano, perché vi immedesimate nei personaggi, perché volete vedere “come va a finire”. Un buon romanzo non comunica un messaggio una volta per tutte: comunica tanti messaggi quanti sono i suoi lettori. Ogni lettore ha il suo romanzo. E, se si tratta di un romanzo riuscito, ogni volta che qualcuno lo rileggerà vi troverà qualcosa di diverso dalla precedente.

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