Intervista a Niccolò Ammaniti a cura dei ragazzi di Un anno stregato

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L’INTERVISTA.

L’11 gennaio l’autore di Io e te ha incontrato i ragazzi di Un anno stregato all’Auditorium dell’Ara Pacis, a Roma.

Da adolescente cosa leggeva?

Adesso non so com’è la situazione nelle scuole, però io non ho scoperto la lettura grazie alla scuola ma grazie al fatto che avevo una biblioteca a casa e soprattutto che i miei genitori quasi mi obbligavano a leggere, come se la lettura fosse una medicina che bisognasse assumere assolutamente. Con il tempo poi è diventata una vera e propria passione, però pensavo – forse sbagliando perché avevo un cattivo rapporto con i miei professori – che quello che si leggeva a scuola non fosse importante per me. Avevo la sensazione infatti che lo smembramento dei libri – ricordo che la Divina commedia o i Promessi sposi venivano sezionati in classe come fossero dei cadaveri di cui si osservavano le singole parti – non mi facesse capire la forza trainante di un libro, che è qualcosa che ti trascina con una trama, con una storia nella quale puoi identificarti. Questa identificazione mi mancava completamente.

Leggeva autori italiani?

No, non molto. Il primo scrittore italiano che ho scoperto un po’ per caso è stato Buzzati. Ho cominciato a leggerlo al liceo, anche se non faceva parte del programma. Se devo dire la verità, i libri mi servivano proprio per fuggire dalla scuola. Sentivo anche il classico tema come un terribile peso, come qualcosa che bisognasse fare cercando in qualche modo di soddisfare le attese dei professori, non pensando che potessi esprimere un mio punto di vista. In effetti non prendevo mai più di 5, 5 meno meno: ero veramente pessimo in italiano.

E i professori cosa dicevano ai suoi: “Il ragazzo potrebbe dare di più?”

No, dicevano proprio che non ero capace, che lo studio non era cosa mia. Anche in matematica non andavo bene per cui non sapevano proprio dove indirizzarmi. M’hanno anche bocciato… Insomma, c’è per tutti una speranza.

Com’è che a un certo punto ha avuto voglia di scrivere qualcosa di suo?

Diciamo che più leggevo e più mi rendevo conto che non dovevo scrivere. Ho cominciato a leggere libri raccomandati da mia madre come L’isola del tesoro di Stevenson, poi sono passato a leggere Jack London, I tre  moschettieri, arrivando fino alla letteratura russa. Più leggevo e più mi rendevo conto che questi scrittori avevano una capacità di capire come funzionavano le dinamiche più complesse e profonde della nostra mente e del nostro cuore. L’idea di incontrare uno scrittore non mi avrebbe fatto granché piacere perché pensavo avesse come un terzo occhio che potesse radiografare la mia mente. Ero convinto che per scrivere bisognava essere dotati di un talento speciale… Secondo me, si inizia a scrivere perché a un certo punto si avverte veramente una necessità. Senti di non avere qualcuno che ti possa ascoltare, con cui parlare, ti senti così ultimo, così solo che in quel momento ti si affaccia la possibilità di poter scrivere qualche cosa, iniziando magari con una specie di diario nel quale riversi le tue angosce, paure, insicurezze. Questo però non è sufficiente, perché sarebbe semplicemente un diario ed è una cosa che scrivono in tanti e che si tiene nascosta. Improvvisamente infatti devi aver voglia di leggere agli altri quello che scrivi, voglia di stregarli attraverso ciò che racconti trattenendo la loro attenzione, soprattutto toccando ciò che è universale.

C’è stata una lettura in particolare per cui ha deciso di mettersi alla prova come narratore?

Inizialmente, come dicevo, leggevo soltanto i capolavori della letteratura ma poi mi sono capitati tra le mani degli scrittori che avevano molto successo, scrittori che negli anni Ottanta andavano di moda, li chiamavano “minimalisti”. Scrivevano delle storie semplicissime e a quel punto mi sono detto che se scrivevano loro, potevo farlo anche io, e mi sono convinto che non bisognava essere dei geni per scrivere. Questo mi ha rassicurato.

Potrebbe fare qualche nome di questi scrittori minimalisti?

Ad esempio David Leavitt. Un altro poi era Bret Easton Ellis, che però per me è davvero un genio… La cosa triste è che poi ti accorgi che esistono delle persone che mettono in ordine le cose che scrivi, le organizzano dividendole in classi e specie diverse come fossimo in un museo geologico. Ci hanno provato appunto con i “minimalisti”, mettendo insieme tutti quelli che hanno scritto in un periodo e in un luogo determinato. E magari tutti quelli che si distinguevano da questi per qualche tratto automaticamente venivano etichettati “massimalisti”. A mio parere gli scrittori sono tutti differenti e se ascoltati probabilmente direbbero “io non ho niente a che fare con quel tipo”. Ogni produzione è personale e diversa da quelle degli altri.

Come narratore, prova mai il desiderio di scrivere per liberarsi dei personaggi?

Diciamo che continuano a stare nella mia mente: è come se quando finisco un libro quei personaggi non avessero finito la loro storia. Ogni tanto qualcuno dei meno importanti l’ho riutilizzato per altre storie, come ad esempio il protagonista di un vecchio racconto che è ritornato in Che la festa cominci. Non mi voglio liberare dei miei personaggi, in realtà li vorrei sempre portare con me, poi invece alcuni li lascio lì e qualche volta hanno la fortuna di essere riacchiappati da questo dimenticatoio.

Lorenzo, il protagonista di Io e te, trascorre una settimana nascosto nella cantina della sua casa raccontando una bugia ai suoi genitori. Sceglierebbe anche lei lo stesso rifugio?

Certo che lo sceglierei. Quando ero piccolo c’era una cantina sotto casa mia nella quale passavo molto tempo, è stata questa l’idea che mi ha spinto a scrivere questo libro. Ci andavo quando ero triste e volevo stare solo. Mi ricordo che avevo un letto e ci tenevo anche un motorino. Era un posto importante per me.

La solitudine di Lorenzo viene interrotta dalla comparsa della sorellastra Olivia, che irrompe nel suo rifugio. Si innamorerebbe di una ragazza problematica come Olivia?

Penso proprio di sì, mi piace molto.

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